Andy Burnham, ex sindaco della Greater Manchester e neoeletto deputato per il collegio di Makerfield sarà oggi proclamato vincitore della corsa alla leadership del Partito Laburista britannico. Il 20 luglio Burnham diventerà il settimo primo ministro del Regno Unito nell’arco di appena dieci anni.
Dopo il risultato dell’elezione suppletiva di Makerfield del 18 giugno, vi erano ormai pochi dubbi sul fatto che i giorni di Keir Starmer alla guida del governo fossero contati. Il 22 giugno, quattro giorni dopo la consultazione, Sir Keir, parlando da un leggio collocato sulla strada davanti al numero 10 di Downing Street – divenuto negli ultimi anni un’icona della politica britannica, mentre il Paese si avvicendava rapidamente tra un primo ministro e l’altro – annunciò la propria intenzione di dimettersi sia da leader del Partito Laburista sia da primo ministro.
Ogni dubbio sulla posizione di Burnham nella corsa alla leadership si dissolse rapidamente. Al 9 luglio, 322 dei 403 deputati laburisti alla Camera dei Comuni avevano già dichiarato il proprio sostegno alla sua candidatura. Il 13 luglio il numero era salito a 349. Alla chiusura del processo di nomina parlamentare, tre giorni più tardi, Burnham risultò essere l’unico candidato ufficialmente designato dal gruppo parlamentare laburista.
Per completare formalmente la candidatura erano tuttavia necessari anche il sostegno di almeno due sindacati e di un’altra organizzazione affiliata al Partito Laburista. Nel giro di poche ore dalla chiusura delle candidature parlamentari, otto degli undici sindacati affiliati avevano già espresso il loro appoggio a Burnham.
Il sostegno sindacale, però, aveva un prezzo. Unite, il maggiore sindacato britannico, chiese infatti a Burnham di impegnarsi a introdurre una tassa patrimoniale, aumentare la spesa pubblica corrente, allentare i vincoli sull’indebitamento dello Stato, investire maggiormente in occupazione e crescita e rivedere le politiche britanniche sulla neutralità climatica riguardanti petrolio e gas.
L’incoronazione
L’annuncio ufficiale – già ribattezzato da molti “l’incoronazione di Burnham” – sarà dato nel corso della conferenza straordinaria del Partito Laburista prevista per oggi.
Lunedì 20 luglio, Sir Keir Starmer incontrerà, come vuole la tradizione costituzionale britannica, il sovrano per presentare formalmente le proprie dimissioni. Starmer aveva già telefonato a re Carlo il 22 giugno, prima di annunciare pubblicamente il proprio passo indietro davanti al numero 10 di Downing Street.
Una volta concluso l’incontro con Starmer, il Re inviterà Andy Burnham a Buckingham Palace e, secondo la prassi costituzionale, gli chiederà di formare un nuovo governo.
Nel momento in cui Burnham accetterà l’invito del sovrano – formalmente l’atto è descritto con l’espressione “kissing hands” – assumerà immediatamente la carica di primo ministro. La Costituzione britannica non prevede infatti alcun obbligo per un nuovo premier di presentarsi preventivamente alla Camera dei Comuni o di ottenere un voto di fiducia prima di entrare in carica.
Terminato l’incontro con re Carlo, il primo ministro Burnham potrà quindi iniziare immediatamente a nominare il proprio governo e la squadra ministeriale.
Poiché la Camera dei Comuni è entrata in pausa parlamentare il 16 luglio, Burnham non dovrà affrontare il Parlamento prima dell’inizio di settembre. A quel punto il suo governo sarà rimasto in carica per quasi sette settimane senza essere sottoposto ad alcuna forma di controllo parlamentare.
L’intervallo tra la nomina di Burnham e la sua prima comparsa ai Comuni sarà il più lungo registrato nel dopoguerra tra l’insediamento di un primo ministro britannico e la sua prima presenza davanti alla Camera.
Dalla Seconda guerra mondiale soltanto due primi ministri sono entrati in carica durante una sospensione dei lavori parlamentari. Harold Macmillan divenne primo ministro il 10 gennaio 1957 mentre la Camera era aggiornata e vi fece la sua prima apparizione il 22 gennaio. Nel 1963 Alec Douglas-Home assunse l’incarico il 19 ottobre.
In quel momento non solo la Camera dei Comuni non era riunita, ma Douglas-Home sedeva anche alla Camera dei Lord, della quale era membro dal 1951. Dopo aver vinto un’elezione suppletiva il 7 novembre 1963, pronunciò il suo primo intervento ai Comuni come primo ministro il 12 novembre.
Sebbene questo ritardo non rappresenti un problema giuridico o costituzionale, esso solleva interrogativi politici. I deputati del Partito Conservatore e di Reform UK hanno accusato il futuro primo ministro di “sfuggire al controllo pubblico”, una critica che potrebbe rivelarsi problematica nel momento in cui il governo Burnham inizierà a presentare il proprio programma politico. Per un nuovo esecutivo, infatti, non è ideale essere percepito come intenzionato a evitare il confronto con il Parlamento.
Sebbene Burnham non abbia ancora presentato un programma di governo definitivo, ha già individuato alcuni ambiti chiave nei quali intende intervenire.
Ha piani ambiziosi per realizzare cambiamenti profondi nel modo in cui vengono formulate e attuate le politiche pubbliche. La devoluzione dei poteri rappresenta una delle sue massime priorità. Nel suo primo importante discorso dopo il ritorno in Parlamento, a giugno, Burnham ha parlato di un piano decennale per trasformare la Gran Bretagna, fondato sul trasferimento di competenze da Whitehall alle regioni, conferendo a queste ultime un maggiore controllo sulle decisioni.
Le sue proposte saranno coordinate dal cosiddetto “Number 10 of the North”, una sorta di diramazione dell’ufficio del Primo ministro a Downing Street destinata a diventare, nelle sue intenzioni, il “centro nevralgico di una Gran Bretagna riorganizzata”.
La nuova struttura avrà sede a Manchester e sarà il vero motore dell’agenda di Burnham sulla devoluzione e sulla crescita economica, più che il tradizionale numero 10 di Downing Street a Londra. Il personale dirigente è già stato individuato sia per l’ufficio londinese sia per quello di Manchester. Burnham ha anche scelto la sede preferita: il Manchester Digital Campus. Esiste però un piccolo inconveniente: l’edificio non sarà completato prima del 2032, anche se nel frattempo sono disponibili sedi alternative.
Il “Number 10 of the North” concentrerà il proprio lavoro su tre priorità: la riforma dei servizi pubblici essenziali (utilities), la reindustrializzazione e la rigenerazione delle regioni. Senza arrivare alla piena nazionalizzazione, il nuovo governo punta ad aumentare il controllo pubblico su acqua, edilizia, energia e trasporti.
Non vi sono dubbi sulla determinazione di Burnham nel portare avanti il processo di devoluzione. Tuttavia, riorganizzare il funzionamento dello Stato è un’operazione estremamente complessa, richiede tempi lunghi e comporterà inevitabilmente difficoltà di attuazione. La sfida principale sarà riuscire a ottenere risultati percepibili dagli elettori nei tre anni che precedono le elezioni generali del 2029.
Le grandi sfide economiche e sociali
Il governo Burnham dovrà confrontarsi con problemi economici di enorme portata. Il Regno Unito attraversa da decenni una fase di crescita lenta, che ha prodotto una stagnazione economica strutturale. A ciò si aggiungono un elevato debito pubblico, il cui servizio è sempre più oneroso, e forti pressioni demografiche e sul mercato del lavoro.
In questo contesto, definire una politica credibile in materia di spesa pubblica, soprattutto nei settori più costosi, e di tassazione sarà particolarmente difficile. Pur non avendo ancora illustrato un piano economico completo, Burnham ha lasciato intendere quale potrebbe essere il suo orientamento.
Uno dei capitoli di spesa più gravosi è rappresentato dal welfare. I costi sono aumentati a causa dell’impennata della spesa per sanità e sussidi di invalidità, dell’aumento dei giovani esclusi sia dal lavoro sia dall’istruzione – la cosiddetta “generazione perduta” – e dell’invecchiamento della popolazione.
Burnham ha dichiarato di voler perseguire una riduzione della spesa che sia “equa e duratura”. Intende tuttavia mantenere il sistema del triple lock, che garantisce l’aumento annuale delle pensioni statali in base al più elevato tra inflazione, crescita dei salari o il 2,5%.
Secondo Burnham, il numero dei beneficiari del welfare può essere ridotto migliorando le politiche di sostegno all’occupazione e rafforzando i servizi di salute mentale per chi già lavora. Ha inoltre affermato di voler garantire a tutti i giovani tra i 16 e i 18 anni un’esperienza lavorativa. Resta da capire in che modo questi obiettivi generali verranno tradotti in misure concrete.
Un altro settore estremamente oneroso è quello della difesa. Burnham ha ribadito l’intenzione di rafforzare il potere militare britannico, mantenendo gli impegni assunti nell’ambito della NATO e conservando il deterrente nucleare del Regno Unito. Esiste però un problema evidente: il finanziamento.
Il ministro della Difesa del governo Starmer si è dimesso a giugno proprio a causa della mancanza di risorse per il Piano di investimenti nella difesa. Sebbene il Tesoro abbia successivamente autorizzato alcuni aggiustamenti di bilancio, il nuovo esecutivo dovrà comunque reperire ulteriori 4,7 miliardi di sterline nel prossimo bilancio statale, un obiettivo tutt’altro che semplice.
Sul fronte delle entrate fiscali, Burnham si è impegnato a rispettare la promessa contenuta nel manifesto elettorale laburista del 2024 di non aumentare l’imposta sul reddito, l’IVA e i contributi previdenziali (National Insurance).
Ritiene tuttavia che vi sia margine per intervenire su altri tributi. Ha proposto, ad esempio, di aumentare le imposte sugli enormi magazzini logistici, esentando invece i negozi dei centri cittadini e i pub. La misura potrebbe incrementare il gettito fiscale, ma presenta anche possibili effetti collaterali.
Burnham ha inoltre parlato della possibilità di introdurre una cosiddetta “Amazon tax” sugli acquisti online. Una tassa con questa denominazione rischierebbe però di creare attriti politici con la Casa Bianca.
In linea con l’ala sinistra del Partito Laburista e con le organizzazioni sindacali, Burnham ha anche manifestato l’intenzione di aumentare l’imposta sulle plusvalenze (capital gains tax).
In passato aveva inoltre proposto di sostituire la Council Tax e la Stamp Duty con un’imposta sul valore dei terreni calcolata sulla base del valore locativo di mercato.
Sostiene infine l’abolizione dell’imposta sulle successioni, da sostituire con un contributo nazionale per l’assistenza (national care levy) destinato a finanziare un servizio nazionale di assistenza, nel quale “i più ricchi contribuirebbero di più”.
Altri tre temi chiave
Andy Burnham ha inoltre lasciato intendere quale potrebbe essere il suo orientamento su altri tre dossier di grande rilievo.
Sul fronte dell’edilizia abitativa, ha promesso il più vasto programma di costruzione di case popolari dai tempi del secondo dopoguerra. Si tratta di un obiettivo ambizioso e condivisibile, ma anche difficile da realizzare, costoso e destinato a richiedere tempi lunghi.
Per ridurre i costi, Burnham propone di utilizzare terreni pubblici inutilizzati, favorire lo sviluppo urbano ad alta densità, accelerare il ritmo delle costruzioni e rilanciare i centri cittadini. Resta però poco chiaro come un programma di tale portata verrà finanziato.
Per quanto riguarda i rapporti con l’Unione europea, Burnham aveva in passato espresso il desiderio di vedere il Regno Unito rientrare nell’Unione. Più recentemente, tuttavia, ha chiarito di non avere alcuna intenzione di riaprire il dibattito nel breve periodo.
Burnham, che ha 56 anni, ha dichiarato di auspicare un ritorno nell’Unione “nel corso della sua vita”, lasciando intendere che considera questo obiettivo come un progetto di lunghissimo termine.
Sul tema dell’immigrazione, dopo il calo dei flussi registrato durante il governo Starmer, Burnham ha affermato che l’immigrazione netta «deve diminuire ulteriormente», senza però indicare alcun obiettivo numerico.
Quando lunedì il nuovo primo ministro pronuncerà il tradizionale discorso davanti al numero 10 di Downing Street, è probabile che fornisca indicazioni più precise sull’agenda del suo governo.
È tuttavia improbabile che entri nei dettagli. Un programma completo dovrebbe emergere soltanto dopo la ripresa dei lavori della Camera dei Comuni. Alcuni segnali, però, arriveranno già dalle nomine ministeriali che annuncerà.
Quanto durerà Andy?
La politica è un gioco duro. La caduta di Keir Starmer, estromesso dopo appena due anni alla guida del governo, è stata particolarmente brutale.
Starmer aveva riportato il Partito Laburista al potere grazie a una netta vittoria elettorale. Tuttavia, dopo una serie di elezioni sfavorevoli, il controverso errore di nominare Peter Mandelson ambasciatore negli Stati Uniti e una crescente insofferenza verso il suo stile di leadership, il partito ha deciso di sostituirlo.
La scelta è ricaduta su Andy Burnham per diverse ragioni: il suo carisma, la capacità di riconquistare il sostegno della base laburista e la convinzione che fosse il candidato più adatto a contenere sia l’avanzata della destra sia la concorrenza proveniente dalla sinistra.
Per il momento tutti sembrano amare Andy. La vera domanda è: per quanto tempo durerà questo entusiasmo?
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su EUAlive disponibile qui.

