La Commissione europea ha pubblicato il 9 luglio 2026 la nuova edizione dell’European Innovation Scoreboard, lo strumento con cui Bruxelles misura ogni anno le performance degli Stati membri nel campo dell’innovazione. Il punteggio complessivo dell’Unione è salito di 11,6 punti percentuali rispetto al 2019, un risultato che conferma quasi un decennio di crescita ininterrotta. Nell’ultimo anno l’accelerazione è stata particolarmente netta: tra il 2025 e il 2026 la performance europea è avanzata di 1,7 punti, più del triplo rispetto all’incremento registrato nel periodo precedente, fermo a soli 0,5 punti.
Lo Scoreboard orienta da anni le scelte di policy della Commissione, dalla distribuzione dei fondi di Orizzonte Europa fino ai criteri di ammissibilità per i programmi regionali dell’Istituto europeo di innovazione e tecnologia. Con il negoziato sul prossimo bilancio pluriennale 2028-2034 ormai alle porte, il quadro emerso quest’anno pesa più del solito: definirà in parte, infatti, quali Paesi verranno considerati “in transizione” e quali “in recupero” nella prossima generazione di fondi europei per la ricerca.
Questo momento è stato definito come cruciale dalla stessa Commissione per il futuro dell’innovazione europea. Bruxelles insiste da tempo sul nesso tra capacità di innovare e sicurezza economica, un collegamento più che evidente se si guarda alla Bussola per la competitività adottata nel 2025. La tensione geopolitica prolungata, a partire dalla guerra in Ucraina fino alla competizione tecnologica con Washington e Pechino, ha reso l’innovazione un tema di sicurezza prima ancora che di crescita.
Inoltre, se si guarda nello specifico, lo Scoreboard 2026 conferma le aree geografiche che fanno da capolista nell’innovazione europea. Svezia, Danimarca e Paesi Bassi restano “innovation leaders”, con una performance superiore al 125% della media Ue. La Finlandia si conferma al quarto posto, anche se il suo punteggio relativo è sceso rispetto al 2025 — segnale che la leadership nordica non è più così scontata come un tempo. Malta è la vera novità di questa edizione: per la prima volta supera la soglia dei “moderate innovators” ed entra nel gruppo degli “strong innovators”, con un balzo di quasi 16 punti percentuali nell’ultimo anno, il più marcato tra tutti gli Stati membri.
Debutta invece la Georgia, la quale è stata ammessa quest’anno grazie alla sua partecipazione a Orizzonte Europa — evento che riflette la volontà dell’Europa di espandere la dimensione internazionale del suo programma di ricerca. Lo Scoreboard si basa su 32 indicatori, che spaziano dagli investimenti pubblici e privati in ricerca fino al capitale umano, dall’adozione del cloud computing all’impatto ambientale dell’innovazione, validati attraverso un audit statistico condotto dal Centro comune di ricerca della Commissione.
Secondo la commissaria per le Startup, la Ricerca e l’Innovazione, Ekaterina Zaharieva, “il motore dell’innovazione europea si è dimostrato resiliente”, riferendosi al fatto che, per la prima volta dal lancio dello Scoreboard, ogni Stato membro ha migliorato la propria performance dal 2019. La commissaria ha però avvertito che la competizione a livello globale resta feroce e che l’Unione non può permettersi di rallentare, indicando nella Strategia per startup e scaleup, nell’iniziativa EU Inc. e nel prossimo Innovation Act gli strumenti su cui Bruxelles punta per consolidare il vantaggio acquisito. Sulla stessa linea di pensiero il vicepresidente esecutivo per la Prosperità e la Strategia industriale, Stéphane Séjourné, secondo cui “le performance di innovazione sono essenziali per la competitività dell’Europa”, un elemento che si fonda sulla vastità e sulla forza del mercato unico. Séjourné ha citato l’Industrial Accelerator Act, già in vigore, e il futuro Fondo europeo per la competitività come strumenti per tradurre questi risultati in prosperità.
L’Italia sale, ma resta a metà classifica
Tra i 27 Stati membri, l’Italia si colloca al tredicesimo posto, in cima al gruppo dei “moderate innovators”, con una performance pari al 96,2% della media Ue. Il progresso, rispetto al 2019, supera quello medio europeo, e nell’ultimo anno il Paese è cresciuto di cinque punti percentuali, il secondo dato più alto in Europa dopo quello di Malta. A trainare la performance italiana sono, tra gli altri, il primato europeo nelle domande di registrazione dei disegni industriali, nella produttività delle risorse e nell’adozione del cloud computing da parte delle imprese. Secondo i dati riportati da Il Sole 24 Ore, restano invece indietro gli investimenti privati in ricerca e sviluppo, fermi allo 0,79% del Pil rispetto a una media Ue quasi doppia, e l’adozione dell’intelligenza artificiale, che risulta ancora implementata da meno di un’impresa su cinque. Una parte di questi progressi è legata agli investimenti finanziati dal Pnrr, che però non sono bastati a colmare il divario strutturale con i Paesi del gruppo superiore.
Una corsa che l’Europa non riesce ancora a vincere
Il dato più delicato per l’UE proviene dal confronto globale. La Corea del Sud si conferma il principale competitor dell’Unione in termini di innovazione, davanti alla Cina, che secondo il rapporto registra la crescita più rapida degli ultimi anni tra tutti i Paesi monitorati. Il rischio è che i progressi fatti dall’Unione — per quanto concreti — non bastino a colmare il divario con chi investe lo stesso quantitativo di risorse in tempi più stretti e con meno frammentazione normativa tra un mercato e l’altro.
Per colmare il divario, Bruxelles punta su alcuni strumenti già in cantiere. Per quest’anno la Commissione ha annunciato l’adozione dell’Innovation Act, pensato per ridurre la frammentazione normativa che ancora frena la commercializzazione delle innovazioni nel mercato unico. Prosegue intanto il lavoro sull’EU Inc., il regime societario comune pensato per semplificare la vita delle startup attive in più Stati membri. Il vero banco di prova, però, sarà il negoziato sul prossimo Quadro finanziario pluriennale: stabilirà quante risorse l’Unione destinerà alla ricerca tra il 2028 e il 2034 e, di conseguenza, determinerà le possibilità per l’UE di ridurre il margine di differenza con Corea del Sud e Cina prima che diventi incolmabile.

