Il presidente serbo Aleksandar Vučić ha dichiarato che “la Croazia vuole vedere una Serbia debole, povera e umiliata” dopo la notizia che i Paesi dell’Unione europea non hanno raggiunto un consenso sull’apertura del Cluster 3 nei negoziati di adesione della Serbia.
“Nulla di nuovo o di inaspettato: a loro piace vedere la Serbia in ginocchio, una Serbia debole, povera e umiliata […] Ma finché sarò presidente, questo non accadrà”, ha dichiarato Vučić.
Intervenendo sull’emittente pubblica serba RTS a Belgrado, Vučić ha descritto come prevedibile la resistenza emersa durante la riunione degli ambasciatori dell’Unione a Bruxelles. Secondo lui, “due o tre Paesi”, come la Serbia aveva previsto, si sarebbero opposti al passaggio al cluster dedicato a Competitività e crescita inclusiva.
In realtà, le informazioni disponibili indicano che sono stati otto dei 27 Stati membri dell’Unione a bloccare l’apertura del cluster. Si tratta di Paesi Bassi, Belgio, Croazia, Bulgaria, Svezia, Finlandia, Estonia e Lituania. Le principali preoccupazioni sollevate riguardavano le carenze della Serbia sullo Stato di diritto e il mancato allineamento di Belgrado alle sanzioni europee contro la Russia.
Le tensioni con la Croazia
Vučić ha spesso rivolto accuse contro la Croazia. Tra queste vi sono accuse di interferenza politica attraverso il sostegno ai media dell’opposizione durante le elezioni, accuse secondo cui le autorità croate proteggerebbero individui accusati di crimini gravi e non riconoscerebbero le sofferenze dei serbi, paragoni tra la Croazia contemporanea e il regime ustascia della Seconda guerra mondiale, oltre a critiche alla cooperazione militare croata con Paesi come Albania e Kosovo, definita da Vučić un atto ostile.
La parte croata ha respinto queste accuse definendole assurde e frutto di retorica politica interna basata su affermazioni non dimostrate.
Vučić ha inoltre risposto alle dichiarazioni del presidente croato Zoran Milanović durante il vertice NATO di Ankara. Milanović aveva avvertito che la Serbia stava rafforzando le proprie capacità militari e aveva invitato la NATO a monitorare la situazione.
Vučić ha riconosciuto che la Croazia possiede un esercito forte ed è membro della NATO, mentre la Serbia non fa parte dell’Alleanza. Ha dichiarato: “Rispettiamo la Croazia, ha un esercito estremamente forte, fa parte della NATO e noi no. Rispettiamo la NATO, ma non vogliamo farne parte”.
Vučić ha aggiunto che qualsiasi aggressione contro la Serbia incontrerebbe una resistenza molto maggiore rispetto a quella opposta durante i bombardamenti NATO del 1999.
Le ragioni dei Paesi che bloccano il Cluster 3
Ognuno degli otto Paesi che hanno impedito l’apertura del Cluster 3 ha motivazioni specifiche. Sebbene le carenze nel campo dello Stato di diritto e il mancato allineamento della Serbia alle sanzioni europee contro la Russia siano stati elementi centrali delle discussioni, hanno avuto un ruolo anche le preoccupazioni nazionali.
La Bulgaria, ad esempio, da tempo manifesta preoccupazioni riguardo al trattamento della propria minoranza in Serbia. La Croazia rimane concentrata sulle questioni legate alle controversie storiche reciproche, ai diritti delle minoranze e alle dinamiche di sicurezza regionale.
Paesi come Paesi Bassi, Svezia, Finlandia e gli Stati baltici insistono invece maggiormente sul rispetto degli standard democratici, sulla libertà dei media e sul pieno allineamento della politica estera serba a quella dell’Unione europea. Belgio ed Estonia, dal canto loro, condividono preoccupazioni più generali sulla lentezza delle riforme e sulla stabilità regionale.
Queste riserve nazionali, sommate alle posizioni comuni dell’Unione europea, hanno impedito il raggiungimento di un consenso durante la riunione degli ambasciatori.
Il Parlamento europeo approva una risoluzione critica
Mentre Vučić parlava con sicurezza ai cittadini serbi, il Parlamento europeo ha approvato una risoluzione critica con 468 voti favorevoli, 116 contrari e 79 astensioni.
La risoluzione ha espresso profonda preoccupazione per il percorso della Serbia verso l’adesione all’Unione europea. Ha evidenziato un significativo rallentamento delle riforme, in particolare un arretramento nel campo dello Stato di diritto.
Gli eurodeputati hanno condannato le misure repressive contro manifestanti pacifici, attivisti e giornalisti dopo le proteste del 15 marzo 2025 a Belgrado, citando l’uso eccessivo della forza da parte della polizia, arresti arbitrari e intimidazioni.
Il Parlamento europeo ha chiesto un’indagine urgente e imparziale su questi episodi e ha ipotizzato l’introduzione di sanzioni mirate contro i responsabili di violazioni dei diritti umani.
La risoluzione ha sottolineato la necessità per la Serbia di dimostrare un chiaro orientamento verso l’Unione, incluso il pieno rispetto della politica estera e di sicurezza comune europea, in particolare per quanto riguarda le sanzioni contro la Russia.
Sul Kosovo, il Parlamento ha ribadito l’importanza della normalizzazione delle relazioni e dell’attuazione degli Accordi di Bruxelles e di Ohrid.
Il rapporto di Tonino Picula
Il relatore del Parlamento europeo sulla Serbia, l’eurodeputato croato Tonino Picula (SDP | S&D), ha definito il voto un messaggio forte sostenuto da circa il 70% dell’assemblea, una percentuale superiore rispetto all’anno precedente.
Picula ha sottolineato che i progressi sono stati limitati o inesistenti in quasi tutti i settori, collegandoli alla polarizzazione politica, all’indebolimento delle istituzioni e alla politica di equilibrio della Serbia tra diverse potenze internazionali.
Ha messo in discussione la raccomandazione della Commissione europea di aprire il Cluster 3, osservando che non sarebbe chiaro quali recenti progressi abbiano giustificato tale scelta, considerando anche la valutazione critica della stessa Commissione alla fine dello scorso anno.
Ha indicato come questioni ancora irrisolte fondamentali la libertà dei media e il funzionamento dell’Organismo di regolamentazione dei media elettronici (REM).
Picula ha riconosciuto la posizione complessa della Serbia, ma ha invitato Belgrado ad allineare la propria politica estera a quella dell’Unione, ridurre i legami che complicano i rapporti con Russia e Cina e compiere progressi misurabili nella democrazia e nello Stato di diritto.
Ha avvertito che senza questi passi il percorso verso l’adesione resterà bloccato. Ha inoltre commentato le speculazioni su un possibile ritorno di Vučić al ruolo di primo ministro, sottolineando che l’Unione non interferisce negli affari interni degli Stati membri o candidati, ma osservando la tendenza del presidente serbo a concentrare il potere.
L’esperto di integrazione europea Vladimir Medjak ha dichiarato all’agenzia Beta che un Paese privo di Stato di diritto, media liberi ed elezioni corrette non può aderire con successo all’Unione europea. Secondo Medjak, sotto l’attuale leadership di Vučić e del Partito Progressista Serbo, un reale progresso appare improbabile.
Ha inoltre sottolineato che la risoluzione del Parlamento europeo invita a sospendere i fondi del Piano di crescita destinati al bilancio del governo serbo, distinguendoli però dai fondi IPA, che vanno direttamente a beneficio dei cittadini. Medjak ha affermato che un monitoraggio internazionale più forte delle prossime elezioni sarà di fondamentale importanza.
Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo pubblicato su EUAlive disponibile qui.

