L’utilizzo delle sanzioni da parte del presidente ucraino Volodymyr Zelensky nei confronti di cittadini ucraini sta alimentando un crescente dibattito tra giuristi, analisti e opposizione politica. Nato nel 2014 come strumento per colpire funzionari russi e collaboratori del Cremlino sfuggiti alla giurisdizione di Kyiv dopo l’annessione della Crimea e l’inizio del conflitto nel Donbass, il meccanismo viene oggi impiegato anche contro personalità politiche, imprenditori ed ex collaboratori del presidente.
L’ultimo caso riguarda l’ex deputato Boryslav Bereza, sottoposto a sanzioni ieri, 7 luglio. Bereza, figura emersa durante la rivoluzione di Euromaidan del 2014 e noto per le sue posizioni filo-occidentali, sostiene che il provvedimento sia motivato esclusivamente dalle sue critiche nei confronti dell’attuale governo. Le autorità ucraine non hanno reso pubbliche motivazioni dettagliate né hanno risposto alle richieste di chiarimento della stampa internazionale.
Secondo diversi esperti di diritto, il ricorso alle sanzioni nei confronti di cittadini ucraini pone interrogativi sulla compatibilità dello strumento con lo Stato di diritto. Mykhailo Zhernakov, direttore dell’organizzazione Dejure, ha sostenuto che eventuali reati dovrebbero essere perseguiti attraverso il normale iter giudiziario, fondato sulla valutazione delle prove da parte di un tribunale, mentre il sistema delle sanzioni si basa su decisioni politiche adottate dal Consiglio per la Sicurezza nazionale e la Difesa e successivamente approvate dal presidente.
Anche l’analista politico Volodymyr Fesenko – sentito dal Kyiv Independent – ritiene che le sanzioni siano progressivamente diventate uno strumento di politica interna. A suo giudizio, la procedura consente all’esecutivo di ottenere risultati più rapidi rispetto ai lunghi tempi della giustizia ordinaria, soprattutto in un contesto di guerra che ha rafforzato i poteri della presidenza.
Il punto di svolta viene individuato nel 2021, quando Zelensky impose sanzioni contro il politico filorusso Viktor Medvedchuk e le emittenti televisive a lui riconducibili. All’epoca la decisione ricevette un ampio consenso nell’opinione pubblica, considerati gli stretti rapporti di Medvedchuk con il Cremlino. Successivamente, tuttavia, l’ambito di applicazione dello strumento si è progressivamente esteso.
Tra i destinatari delle sanzioni figurano oggi anche l’ex presidente Petro Poroshenko, principale rivale politico di Zelensky, l’oligarca Ihor Kolomoisky, l’ex capo dell’Ufficio presidenziale Andriy Bohdan e altre figure pubbliche spesso critiche nei confronti dell’attuale leadership. Pur essendo coinvolti, in alcuni casi, in procedimenti giudiziari o indagini, nessuno di loro viene generalmente considerato vicino alla Russia.
Secondo Yaroslav Yurchyshyn, deputato del partito liberale Holos, il rischio di un utilizzo politico delle sanzioni è aumentato parallelamente alla concentrazione del potere nelle mani della presidenza durante il conflitto. Il parlamentare ritiene che l’assenza di un chiaro collegamento tra le sanzioni e minacce dirette alla sicurezza nazionale contribuisca ad alimentare i dubbi sulla loro legittimità.
Il dibattito potrebbe avere conseguenze anche sul piano giudiziario. Diversi osservatori non escludono che, una volta terminata la guerra o con il mutare degli equilibri politici, alcuni dei provvedimenti possano essere impugnati con successo davanti ai tribunali ucraini o alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Un eventuale annullamento delle sanzioni potrebbe aprire la strada a contenziosi nei confronti delle autorità che ne hanno disposto l’applicazione, riaccendendo il confronto sul delicato equilibrio tra esigenze di sicurezza nazionale e tutela dello Stato di diritto in tempo di guerra.

